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Quando un contenuto è davvero “copiato” e quando è solo simile?

Per capirlo, conviene partire da due pupazzi rossi

Metteteli uno accanto all’altro: Big Red, mascotte della Western Kentucky University, e il Gabibbo. Entrambi rossi, giganteschi, antropomorfi, con una bocca enorme e una corporatura che non sembra pensata per l’alta moda anni 90.

Per internet, il processo potrebbe chiudersi qui. Screenshot, cerchio rosso, scritta: «Uguali».

Per il diritto d’autore, invece, è esattamente qui che comincia il problema.

La lunga vicenda giudiziaria tra Big Red e il Gabibbo è utile perché mostra quanto sia fragile il metodo normalmente utilizzato online per denunciare una copia: si prendono due contenuti, si elencano le somiglianze e si presume che chi è arrivato dopo abbia necessariamente rubato il lavoro di chi è arrivato prima.

Ma essere simili non significa ancora essere la stessa opera. E aggiungere qualche differenza non significa necessariamente averne creata una nuova.

Due pupazzi simili, ma non per forza una copia

Nell’ordinanza n. 14635 del 6 giugno 2018, la Cassazione ha ricostruito il confronto compiuto dalla Corte d’appello tra i due personaggi. Big Red e il Gabibbo condividevano alcuni elementi generali: la forma umanoide, il colore rosso, la comicità, la grande bocca e il corpo voluminoso.

La Corte territoriale aveva però individuato differenze precise. Il Gabibbo era più basso e tozzo, aveva piedi sproporzionati e senza scarpe, indossava papillon, polsini e una sorta di camicia-grembiule. Soprattutto, aveva una personalità differente: parlava con accento genovese e agiva come personaggio televisivo satirico, mentre Big Red era una mascotte muta, costruita intorno alla gestualità e all’animazione del pubblico durante le partite.

Su questa base era stata esclusa la riproduzione pedissequa. La Cassazione non ha rimesso in discussione tale accertamento: quelle differenze potevano essere sufficienti a escludere il plagio semplice e la contraffazione. 

Questo è il primo insegnamento: non si stabilisce che un contenuto è copiato contando gli elementi comuni. Bisogna capire se quegli elementi appartengono davvero alla forma creativa dell’opera oppure sono soltanto il modo più ovvio di realizzare una determinata idea.

Un pupazzo rosso, grosso e comico non è necessariamente proprietà del primo che lo ha messo in scena. Come non lo sono un video “prima e dopo”, un carosello sui cinque errori da evitare o una fotografia di prodotto su uno sfondo neutro.

Il diritto d’autore protegge le opere creative e la loro forma espressiva concreta. Non consegna a qualcuno il monopolio sul tema, sul genere o sull’intuizione di partenza. La stessa Cassazione, proprio nel caso Gabibbo, ha ricordato che la creatività non risiede nell’idea in sé, ma nel modo soggettivo in cui essa viene espressa. Due autori possono quindi partire dalla stessa idea e realizzare opere differenti. 

Il colpo di scena: essere diversi può non bastare

Se la vicenda finisse qui, basterebbe modificare abbastanza dettagli: un altro colore, una nuova voce, tre accessori e una biografia inventata durante la pausa pranzo.

La Cassazione ha però aggiunto il passaggio più interessante. La Corte d’appello aveva escluso anche il cosiddetto plagio evolutivo perché il Gabibbo presentava una propria originalità. Secondo la Suprema Corte, questo ragionamento non era sufficiente.

Un’opera può essere nuova, riconoscibile e persino creativa, ma costituire comunque una rielaborazione non autorizzata di un’opera precedente. Il plagio evolutivo non è la fotocopia maldestra: è la trasformazione che aggiunge qualcosa, ma continua a dipendere dal nucleo creativo dell’originale.

La Cassazione ha quindi rinviato la questione al giudice di merito, affinché verificasse se il Gabibbo fosse un’opera autonomamente ispirata alla stessa idea oppure una rielaborazione creativa, ma abusiva, di Big Red.

È importante precisarlo: la Cassazione non ha dichiarato definitivamente che il Gabibbo fosse un plagio. Ha affermato un principio più sottile: la creatività aggiunta dal secondo autore non cancella automaticamente i diritti sul materiale dal quale è partito. 

Usare questa ordinanza per scrivere semplicemente «La Cassazione ha stabilito che il Gabibbo è copiato» sarebbe, ironicamente, una rielaborazione piuttosto infedele della sentenza.

Il vero test per post, video e campagne

Il caso dei due pupazzi offre un metodo più serio per confrontare contenuti social, fotografie, campagne pubblicitarie e format.

La prima domanda è se il contenuto originario contenga scelte creative identificabili. Non basta aver pubblicato per primi un’idea generica. “Spiegare una legge in trenta secondi”, “fotografare un cosmetico tra i fiori” o “raccontare una giornata storta con un audio virale” sono punti di partenza, non proprietà immobiliari.

La seconda domanda riguarda ciò che è stato effettivamente ripreso. Lo stesso testo, la medesima sequenza narrativa, battute insolite, identica composizione, uguali passaggi visivi e la stessa combinazione di elementi arbitrari pesano più della semplice coincidenza sul tema.

La terza consiste nel verificare se le differenze siano autonome o decorative. Cambiare il font, invertire due scene e sostituire il ficus con una monstera può evitare la fotocopia. Non è detto che eviti la rielaborazione abusiva.

Non esiste nemmeno una percentuale di modifiche capace di rendere automaticamente lecito il risultato. La valutazione è qualitativa: conta quali elementi sono stati presi e quanto esprimano la creatività dell’autore, non il numero di pixel spostati.

Infine, servono cronologia e prova dell’accesso. Se il secondo contenuto è precedente, non può essere la copia. Se l’autore conosceva l’originale, lo seguiva, aveva ricevuto i materiali durante un pitch o aveva lavorato al progetto, la tesi della creazione completamente indipendente diventa meno comoda.

Quindi: copiato o soltanto simile?

È probabilmente copiato quando riprende la forma creativa riconoscibile dell’opera precedente, anche nascondendola sotto modifiche di dettaglio o sviluppandola in una versione più complessa.

È soltanto simile quando condivide un’idea, un tema, uno stile generale o elementi inevitabili, ma compie scelte espressive autonome e produce un risultato sostanzialmente nuovo.

Il confine non si trova mettendo due immagini in trasparenza. E nemmeno chiedendo ai follower di votare in un sondaggio.

Bisogna separare l’idea dalla sua espressione, gli elementi comuni da quelli originali e l’ispirazione dalla dipendenza creativa. Perché due pupazzi possono essere entrambi rossi, grossi e rumorosi.

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