Viviamo in un’epoca in cui la mente è diventata, contemporaneamente, più osservata e più difficile da comprendere. Parliamo sempre più di salute psicologica, relazioni, autostima, dipendenze, giudizio e bisogno di approvazione, ma siamo anche immersi in un flusso continuo di immagini, confronti e aspettative che può rendere ancora più complicato capire chi siamo e che cosa vogliamo davvero. È proprio in questo spazio, tra psicologia e vita quotidiana, che si inserisce il lavoro di Beatrice Chiavaroli, psicologa e creator di Psicologia Estrema.
Attraverso i suoi contenuti, Beatrice affronta temi capaci di incuriosire e, soprattutto, far riflettere sul funzionamento della mente umana. Ma cosa significa davvero raccontare la mente attraverso i social? E quanto è difficile trasformare concetti complessi in contenuti accessibili senza rischiare di banalizzarli? In questa intervista, Beatrice Chiavaroli di Psicologia Estrema ci racconta la sua vita e il suo lavoro.
Chi è Beatrice Chiavaroli, creator e psicologa di Psicologia Estrema
Nata e cresciuta a Collecorvino – un piccolo paese in Abruzzo – Beatrice Chiavaroli è una content creator e psicologa che crede che il luogo in cui si cresce finisca, inevitabilmente, per entrare nel modo in cui si guarda il mondo. Essere cresciuta in un contesto piccolo le ha dato la possibilità di vivere relazioni molto vicine, di avere uno scambio quotidiano e autentico con le persone e di crescere circondata da amici e familiari con cui condividere valori, esperienze e momenti importanti.
Col tempo ho imparato ad apprezzare proprio questo aspetto, la possibilità di conoscersi davvero, di accompagnarsi nei percorsi di crescita e di avere intorno persone che, anche quando cambiano le cose, rimangono punti di riferimento. La mia famiglia è il mio punto di riferimento.
La famiglia è sempre stata per lei un luogo sicuro, uno spazio nel quale poter essere se stessa, anche quando non aveva le idee chiare. E forse proprio il rapporto con la sua famiglia le ha insegnato una cosa che considera fondamentale: cambiare idea non significa assolutamente essersi sbagliati.
A volte significa avere, finalmente, la possibilità di scoprire qualcosa di nuovo di noi stessi. Il mio percorso formativo, in questo senso, è stato tutt’altro che lineare.
Beatrice ha frequentato il Liceo Artistico, esperienza che ha contribuito a sviluppare la sua sensibilità verso la creatività e la comunicazione. Successivamente, ha scelto Scienze e Tecniche Psicologiche e, poi, Psicologia magistrale, laureandosi in Psicologia della Comunicazione e del Marketing alla Sapienza di Roma. Ha, inoltre, approfondito il mondo della comunicazione digitale, del marketing e della divulgazione scientifica.
Oggi mi rendo conto che i cambi di rotta mi hanno permesso di costruire competenze che sento profondamente mie e che oggi considero parte di un percorso sorprendentemente completo. Non sceglierei un percorso diverso da quello che ho fatto, perché le deviazioni mi hanno portata esattamente dove sono.
La scelta di diventare psicologa: più di una vocazione, un percorso
Non c’è stato un momento preciso in cui Beatrice Chiavaroli ha capito di voler diventare psicologa. Più che un’illuminazione improvvisa, è stata una consapevolezza cresciuta nel tempo, alimentata da una curiosità che aveva già dentro di sé: quella per le persone, per le loro storie, per ciò che si nasconde dietro un comportamento, una parola o anche un silenzio.
È stata più una consapevolezza che è cresciuta nel tempo. Ho sempre avuto una cosa molto chiara: adoro le persone. Mi interessa ascoltarle, prendermene cura, capire cosa c’è dietro quello che fanno, quello che dicono e anche quello che a volte non riescono a dire. Mi ha sempre affascinato il funzionamento umano, il modo in cui le esperienze ci trasformano, il motivo per cui due persone possono vivere la stessa situazione in maniera completamente diversa.
Oggi quella curiosità è diventata una professione, ma anche un modo di guardare alla realtà. E proprio da questo sguardo nasce il suo lavoro di divulgazione psicologica, che trova nei social uno dei suoi principali strumenti. Un lavoro che mette insieme psicologia, comunicazione, creatività e studio e che parte da una convinzione precisa: parlare di mente e relazioni significa prima di tutto imparare a non semplificare ciò che è complesso.
Diventare psicologa è stato, quindi, meno un’illuminazione improvvisa e più il riconoscimento di qualcosa che, in realtà, era già presente da tempo.
Il disagio di sentirsi sempre abbastanza
Tra le difficoltà più diffuse che osserva oggi c’è una sensazione apparentemente semplice, ma capace di condizionare profondamente il modo in cui le persone vivono se stesse: quella di non essere abbastanza. Abbastanza belle, competenti, interessanti, produttive, desiderabili.
Non necessariamente perché le persone non sappiano cosa vogliono, ma perché sono continuamente esposte a immagini di ciò che potrebbero essere, avere, fare o diventare. E quando abbiamo davanti infinite possibilità, può diventare difficile capire quali siano davvero le nostre.
Le possibilità sembrano infinite e, proprio per questo, può diventare difficile distinguere i propri desideri da quelli che arrivano dall’esterno. Il confronto, il bisogno di approvazione, la paura del giudizio e la difficoltà di accettare di non avere sempre una risposta finiscono così per diventare parte della quotidianità.
Vedo molto confronto, bisogno di approvazione, paura del giudizio e una certa fatica nel tollerare l’idea di non avere sempre una risposta. E penso che dietro molti disagi ci sia proprio questo: la difficoltà di sentirsi legittimati anche quando non si è perfetti, produttivi, sicuri, desiderati o all’altezza delle aspettative.
Siamo davvero diventati più fragili?
Di fronte alla frequente definizione della società contemporanea come una società “fragile”, Beatrice Chiavaroli invita, però, alla cautela. Non pensa che sia corretto dire semplicemente che siamo diventati più fragili.
Credo che stiamo vivendo un’epoca nella quale abbiamo imparato a vedere cose che prima rimanevano più facilmente invisibili. Abbiamo parole per descrivere esperienze che un tempo venivano semplicemente sopportate in silenzio e abbiamo una maggiore possibilità di parlare di salute psicologica.
Essere più consapevoli, quindi, non significa necessariamente stare peggio. Allo stesso tempo, però, il contesto nel quale viviamo presenta una complessità che non può essere ignorata. Siamo sottoposti continuamente a stimoli, possibilità, confronti e aspettative. Ci viene chiesto di scegliere, mostrarci, aggiornarci, migliorare, raccontarci.
Persino la nostra identità può sembrare qualcosa da costruire e perfezionare continuamente. Forse, quindi, non siamo semplicemente più fragili. Siamo persone che stanno cercando di stare bene in un contesto che ci chiede moltissimo. E penso che riconoscere questa complessità sia molto più utile che giudicare una generazione come fragile o resiliente.
La felicità non è una destinazione
Anche la ricerca della felicità può diventare una fonte di pressione. Uno degli errori più comuni, secondo lei, è proprio quello di considerarla una destinazione da raggiungere.
Come se ci fosse un momento preciso in cui finalmente avremo il lavoro giusto, la relazione giusta, il corpo giusto, la casa giusta, la versione giusta di noi stessi e, da quel momento in poi, staremo bene.
Ma la vita non funziona così, perché le persone cambiano e cambiano anche i loro bisogni. C’è anche un’altra “trappola”: quella di confondere il benessere con l’assenza di emozioni negative.
In realtà, una vita piena contiene anche tristezza, paura, rabbia, delusione e momenti di incertezza. Forse, la ricerca del benessere diventa più sana quando smettiamo di chiederci continuamente ‘come faccio a essere felice?’ e iniziamo a chiederci ‘che vita ha senso per me?’.
I social hanno cambiato le relazioni
Il rapporto tra psicologia e social è uno degli aspetti centrali del suo lavoro e, anche in questo caso, evita le contrapposizioni semplicistiche. I social hanno introdotto nuovi spazi relazionali: permettono di conoscere qualcuno senza averlo mai incontrato, di sentirsi vicini a persone che vivono dall’altra parte del mondo e di mantenere relazioni che, altrimenti, potrebbero perdersi.
Credo che la cosa più interessante sia non considerare questo cambiamento né necessariamente positivo né necessariamente negativo.
Ci sono, però, delle vulnerabilità da tenere in considerazione. Ci si può sentire esclusi guardando una storia, interpretare un silenzio attraverso un “visualizzato”, trasformare un like in una misura del proprio valore.
Il punto non è, quindi, chiedersi se le relazioni online siano vere o false. Sono relazioni reali che avvengono – almeno in parte – attraverso ambienti diversi. E proprio perché sono reali, meritano di essere comprese anche dal punto di vista psicologico.
Portare la psicologia dove le persone già vivono
Per Beatrice Chiavaroli, l’idea di portare la psicologia sui social è nata quasi naturalmente dall’incontro tra competenze diverse: psicologia, comunicazione, marketing digitale e divulgazione scientifica. Il digitale non è soltanto un mezzo attraverso cui parlare di psicologia.
Le persone si confrontano, costruiscono la propria identità, cercano approvazione, si innamorano, litigano, si informano e cercano risposte anche online. Per questo mi interessa portare la psicologia proprio lì dove le persone stanno già vivendo una parte importante della loro vita.
Insomma, i social sono diventati uno degli ambienti nei quali la psicologia accade!
Dai fenomeni quotidiani alla divulgazione
L’ispirazione per i contenuti di Beatrice Chiavaroli arriva, soprattutto, dall’osservazione, dalle conversazioni, dai comportamenti che vede online, dalle domande che riceve e dai fenomeni che emergono nella società.
Mi interessa partire da situazioni molto quotidiane, perché spesso è proprio lì che riconosciamo qualcosa di psicologicamente importante. Per quanto riguarda i casi, tengo molto alla riservatezza. Non utilizzo le storie dei miei pazienti per costruire contenuti.
Quando ritiene utile raccontare una situazione, parte da fenomeni generali, dalla letteratura scientifica oppure costruisce esempi che non siano riconducibili a persone reali. Divulgare psicologia significa, infatti, assumersi una grande responsabilità nei confronti delle persone di cui si parla.
La lezione dei pazienti di Beatrice Chiavaroli sul giudizio e la sofferenza
Tra gli insegnamenti più importanti ricevuti attraverso il lavoro con i pazienti, c’è la consapevolezza che non si può conoscere davvero una persona limitandosi a ciò che si vede. Un comportamento può apparire incomprensibile finché non si conosce la storia che c’è dietro. Ed è proprio questo che le ha insegnato a sospendere il giudizio.
Questo mi ha insegnato anche a ricordarmi che prima di chiederci ‘perché fa questo?’, forse dovremmo chiederci ‘che cosa ha vissuto questa persona per arrivare fin qui?’. Credo che sia una delle cose più belle della psicologia… permettere di guardare una persona nella sua complessità, senza ridurla al suo momento più difficile.
Se Beatrice dovesse individuare una delle grandi sofferenze psicologiche del nostro tempo, tornerebbe proprio al bisogno di dimostrare continuamente di essere abbastanza.
Abbiamo strumenti che ci permettono di vedere continuamente la vita degli altri e, spesso senza rendercene conto, trasformiamo quello che vediamo in un metro con cui misurare noi stessi. E il problema è che non confrontiamo la nostra vita reale con quella reale degli altri, ma confrontiamo la nostra quotidianità con una selezione di momenti.
Una delle grandi sfide contemporanee diventa, quindi, costruire un senso di valore personale che non dipenda continuamente dallo sguardo esterno.
Lo psicologo non è una persona senza problemi
Tra gli stereotipi che più la infastidiscono c’è quello secondo cui uno psicologo dovrebbe avere sempre la risposta giusta, essere sempre equilibrato e, soprattutto, essere immune dalle difficoltà che affrontano tutti gli altri.
Essere psicologi non significa aver risolto definitivamente se stessi. Significa avere strumenti, formazione e consapevolezza per comprendere la complessità della mente e delle relazioni, ma rimaniamo persone. Possiamo avere dubbi, giornate difficili, paure e momenti di cambiamento.
Proprio questa dimensione umana rende ancora più importante il lavoro psicologico: non la perfezione di chi si trova davanti, ma la possibilità di incontrare un’altra persona in uno spazio nel quale poter essere autentici.
Terapia: non un obbligo, ma uno strumento
Ma è vero che tutti dovrebbero andare in terapia almeno una volta nella vita? Beatrice Chiavaroli risponde che, generalmente, non pensiamo che tutti debbano andare dal medico senza avere un motivo, ma sappiamo che possiamo rivolgerci a un professionista quando qualcosa non funziona.
Mi piacerebbe, però, che la salute psicologica avesse la stessa normalità che attribuiamo alla salute fisica. Se ho la tosse, ho un dolore o qualcosa nel mio corpo non funziona come dovrebbe, so che posso rivolgermi al medico di base e chiedere cosa sta succedendo.
La speranza è che la salute psicologica possa raggiungere la stessa normalità attribuita alla salute fisica. Chiedere aiuto a uno psicologo o a uno psicoterapeuta non dovrebbe essere qualcosa da fare soltanto quando la sofferenza è diventata enorme. Dovrebbe essere una delle possibilità a disposizione per prendersi cura di sé.
Curare la mente dovrebbe essere considerato parte del prendersi cura di sé, esattamente come curare il corpo. E chiedere aiuto non dovrebbe essere il segnale che siamo arrivati al nostro limite, ma semplicemente uno degli strumenti che abbiamo a disposizione per prenderci cura della nostra salute.
Curare la mente, in questa prospettiva, è parte della cura della persona.
I social di Beatrice Chiavaroli, alias Psicologia Estrema
Beatrice Chiavaroli, alias Psicologia Estrema, è presente su Instagram dove vanta circa 5mila follower interessati alla psicologia, ovviamente. Nella sua biografia si legge:
Come il digitale sta cambiando emozioni, relazioni e identità.
La divulgazione sui social può dare l’impressione di essere un’attività semplice. In realtà, dietro un video di appena trenta secondi possono esserci ore di lavoro: ricerca delle fonti, studio dell’argomento, costruzione del messaggio, scrittura, registrazione, montaggio, scelta delle immagini, sottotitoli e revisione.
Dipende dal contenuto, ma sicuramente ci si impiega molto più di quanto possa sembrare guardando il risultato finale. Nel mio caso, c’è poi un aspetto a cui tengo molto: non voglio che la semplificazione diventi banalizzazione. La divulgazione psicologica deve riuscire a essere comprensibile senza trasformare fenomeni complessi in etichette o risposte facili.
La vera sfida è riuscire a tradurre un contenuto scientificamente corretto in un linguaggio capace di arrivare alle persone senza perdere la complessità dell’argomento. Tra i social, Instagram è quello che Beatrice sente più vicino alle proprie competenze e al proprio modo di lavorare.
Psicologia, comunicazione, creatività e divulgazione. Instagram mi piace soprattutto perché non è soltanto un luogo in cui pubblicare contenuti, ma è anche un osservatorio interessante su come cambiano il linguaggio, le relazioni e il modo in cui le persone raccontano se stesse.
Soprattutto le interessa ciò che accade dopo la pubblicazione: le domande, i racconti personali, le riflessioni che un contenuto può generare. È in quel momento che la divulgazione, da semplice comunicazione, diventa conversazione.
I progetti futuri di Beatrice Chiavaroli
Guardando al futuro, per Beatrice Chiavaroli ci sono diversi progetti in costruzione che uniscono psicologia, divulgazione ed esperienza. L’interesse è rivolto sempre più verso occasioni nelle quali la psicologia non venga soltanto spiegata, ma possa essere vissuta attraverso laboratori, incontri ed esperienze partecipative.
Sto lavorando in particolare su progetti legati al rapporto tra identità, giudizio, relazioni e mondo digitale, perché credo che siano temi che oggi ci riguardano tutti, anche quando non ce ne rendiamo conto.
L’obiettivo è continuare a costruire un modo di fare psicologia capace di abitare luoghi diversi. Non soltanto lo studio, dunque, ma anche le scuole, gli eventi, i social e tutti quegli spazi nei quali le persone si incontrano e si interrogano su chi sono e su come vogliono stare nel mondo. Perché, in fondo, è proprio da qui che sembra partire il suo modo di intendere la psicologia: dalla curiosità per le persone e dalla volontà di comprenderle senza ridurle a un’etichetta, a un comportamento o a un momento della loro vita.
