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Quando i bambini diventano il contenuto: rischi troppo spesso sottovalutati

Non c’è sicuramente nulla di strano nel desiderio di voler condividere, offline e online, la foto di un momento quotidiano, per ricordare quella giornata in spiaggia con i bambini, quel primo compleanno, quella recita o anche solo un momento di vita quotidiana. Del resto, siamo ormai tutti abituati a vivere una vita mediata dai social network, e affidare le immagini della nostra vita alle storie Instagram con cadenza frequente e regolare ci appare una prassi del tutto normale (oltre che accettabile e, spesso, incentivata dallo stesso meccanismo di funzionamento delle piattaforme).

Siamo giunti a questa nuova normalità dopo ormai un ventennio di presenza online, eppure il livello di conoscenza degli strumenti e dei loro rischi non è quello che ci saremmo aspettati. Il punto non è solo che, dal momento in cui è online, il contenuto sfugge integralmente al nostro controllo, ma potrà anche essere scaricato, salvato, replicato all’infinito e, soprattutto, riutilizzato in modo totalmente decontestualizzato; basti pensare al video del bambino sorpreso dall’albero di Natale, andato virale su TikTok e diventato una base meme spesso usata per argomenti che mai dovrebbero essere associati ai bambini. Di certo i genitori non pensavano ci fosse alcun rischio di sessualizzazione nel video di un bambino davanti a un albero di Natale, eppure eccoci qui, con decine di video inappropriati che scorrono indisturbati davanti ai nostri occhi.

Rischi concreti (anche quando non li vediamo)

Questi rischi non sono scenari estremi o ipotesi più uniche che rare, sono insiti nel funzionamento stesso dell’ecosistema digitale e si realizzano quotidianamente; lo sa bene chi frequenta le aule giudiziarie ma anche chi fa lavoro d’inchiesta, come Serena Mazzini, autrice del libro “Il lato oscuro dei social network”, edito da Rizzoli: un’opera tanto più necessaria se consideriamo che, eccezion fatta per i casi che assurgono agli onori della cronaca, nessuno ha mai effettiva contezza delle possibili conseguenze giuridiche (penali ma non solo) di queste vicende.

In primo luogo, il pericolo a cui tutti pensano ma che nessuno dice: ossia quello che le immagini e i video dei bambini finiscano in reti di scambio di materiale pedopornografico; quasi una certezza più che un rischio: se, come abbiamo visto sopra, finiscono per essere sessualizzati contenuti di fatto non problematici, possiamo facilmente immaginare l’uso che viene fatto di contenuti che giocano sull’ambiguità (su cui torneremo tra poco) o che raffigurano i corpi dei bambini in momenti di ingenua intimità, come il bagnetto.

È superfluo ricordare che l’ordinamento sanziona penalmente la produzione, la diffusione e la detenzione di tale materiale di pornografia minorile, ma è un altro l’aspetto che dovrebbe considerare chi ha una presenza social: condividere l’immagine di un minore può contribuire, in modo del tutto inconsapevole, all’alimentazione di queste reti; la distanza tra intenzione di chi agisce (il content creator) e conseguenza di quella condivisione rende questo fenomeno particolarmente insidioso, perché si tende a non percepire il ruolo che giochiamo in questa catena di eventi.

Questa è l’ipotesi che potremmo definire più innocente, quella di chi un po’ incautamente ma senza cattive intenzioni non è consapevole del pericolo a cui espone i bambini, ma come la storia dei social ci ha già insegnato, c’è anche di peggio: ci sono profili dedicati interamente a minori e gestiti dai genitori, che pubblicano decine di video palesemente ambigui e fraintendibili: video con doppi sensi, immagini costruite per attirare attenzione, contenuti che strizzano l’occhio all’algoritmo. Come intervenire in questi casi? I predatori non si trovano solo nel deep web ma scandagliano Instagram e TikTok esattamente come potremmo farlo noi, segnalandosi l’un l’altro i contenuti a loro avviso “interessanti”. Alla luce di questo, la scelta di condividere immagini e video come quelle descritte sopra può davvero essere ricondotta meramente alla consentita discrezionalità del genitore o sarebbe il caso di ravvisare responsabilità anche penali?

Tra privacy, profitto e responsabilità

Dopo un primo sguardo a quella che è la peggiore paura di ogni genitore, è necessario soffermarsi su altri aspetti problematici della condivisione di materiale incentrato sui minori; aspetti forse più allarmanti perché implicano un ruolo attivo di chi dovrebbe tutelarli.

Come adulti responsabili – ma anche come collettività – dobbiamo porci il problema della tutela della privacy e del diritto all’infanzia di questi bambini: non possono acconsentire o meno all’uso della propria immagine e, se è vero che sta ai genitori decidere nel loro interesse, è anche vero che i genitori stessi si piegano alle logiche dell’algoritmo: da video virali derivano visibilità e popolarità, che portano ad accordi commerciali e possibilità economiche in un’industria da milioni di euro. Quante persone comuni abbiamo visto abbandonare lavori ordinari per trasformarsi in influencer a tempo pieno insieme ai figli o facendo da manager ai figli? È un fenomeno reale di cui stiamo sottovalutando le conseguenze a lungo termine.

Il caso di Ruby Franke è paradigmatico: una mamma influencer dello Utah che, nel suo canale YouTube “8 Passengers” (che contava oltre 2 milioni di iscritti, con picchi di profitto anche di 100.000 dollari al mese), raccontava la vita della sua famiglia con 6 bambini, principali protagonisti dei vlog quotidiani: flash forward al 2024, Franke ha ricevuto quattro condanne da uno a quindici anni di reclusione per abuso su minori, mentre una dei suoi figli, Shari Franke, è diventata portavoce della necessità di regolamentare un settore dove, dietro la patina di spontaneità dei video, si nascondono vite a favore di telecamera, infanzie sottratte al gioco e votate al fatturato, violazioni della privacy, vero e proprio lavoro minorile oltre che, nei casi più gravi, abusi fisici e psicologici.

Sharenting, come gestirlo

Senza arrivare agli estremi della vicenda Franke, è chiaro come lo sharenting ponga, di fatto, le medesime questioni per tutti: non conosciamo ancora i danni che queste persone subiranno, quale impatto un’infanzia vissuta quasi in diretta streaming avrà sulla loro salute mentale quando saranno adulti e si renderanno conto che milioni di persone hanno preso parte a momenti imbarazzanti e intimi della loro vita, peraltro destinati a rimanere online per sempre; a maggior ragione, questa grandissima incognita ci impone il dovere di usare la massima cautela, di prevenire il più possibile i rischi che già si profilano all’orizzonte.

Il “come” farlo è tutto un altro capitolo: la Francia è stato il primo paese europeo a dotarsi di una normativa specifica per lo sharenting e l’esposizione dei minori online; in Italia sono stati presentati diversi disegni di legge (uno dei quali, non a caso, steso con l’essenziale contributo e lavoro di ricerca di Serena Mazzini); ad oggi giace al senato un d.d.l. sul tema, prevedendo limiti di età per l’apertura di account social, il coinvolgimento della direzione provinciale del lavoro “quando la diffusione dei contenuti generati utilizzando l’immagine del minore produce o è finalizzata a produrre entrate dirette o indirette superiori all’importo di 10.000 euro annui e il versamento di somme eccedenti quella soglia su un conto corrente intestato al minore stesso, impedendo che vengano utilizzate da chi esercita la responsabilità genitoriale.

Il procedimento legislativo richiede tempo e pazienza, in attesa che il testo normativo veda finalmente la luce è imprescindibile che la società prenda una posizione sul punto. Spesso nemmeno noi adulti siamo ancora consapevoli di alcuni aspetti legati ad un’epoca dove si vive online: dal valore dei dati personali al concetto stesso di identità digitale; a maggior ragione, non possiamo aspettarci che un bambino comprenda la portata della scelta di stare davanti a una telecamera, sta a noi informarci e proteggere il suo futuro.

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